L’Isola del pensiero

Ho conosciuto Giuseppe Leone poco meno di vent’anni fa. Con l’amico Giangabriele Fiorentino stavo lavorando a un libro sulle feste tradizionali della provincia di Messina e per qualche tempo siamo andati in giro in occasione di eventi festivi che ci parevano interessanti da studiare e documentare. Ci siamo così trovati spesso in contatto con questo signore che seguiva come noi le processioni, i pellegrinaggi, le viae crucis. Quando, avendo con lui familiarizzato, ci siamo scambiati i nomi, grande è stata la mia sorpresa nell’apprendere che mi trovavo dinanzi a quel Giuseppe Leone, uno dei più famosi fotografi siciliani, amico di Antonino Uccello, di Leonardo Sciascia, di Gesualdo Bufalino, di Vincenzo Consolo, che con ognuno di questi personaggi aveva realizzato libri fotografici ormai considerati delle pietre miliari. Ebbene, Peppino Leone continuava a spostarsi in tutta la Sicilia per documentare le medesime feste da lui già fotografate negli anni Sessanta, e sempre adottando quello sguardo partecipe che è una delle cifre stilistiche ed esistenziali a lui proprie.

Leone inoltre, a differenza di altri fotografi siciliani altrettanto illustri (cito qui Melo Minnella e Ferdinando Scianna), non aveva mai rinunciato al suo bianco e nero, un bianco e nero nitido, rigoroso, mai superfluo né ridondante ma essenziale, scarno, nonostante la ricchezza di informazioni che ognuna delle sue foto fornisce. Seguendo forse la lezione del grande Enzo Sellerio, Giuseppe Leone ha dispiegato il suo sguardo fotografico quasi fosse un viatico per accompagnarlo nel suo lungo viaggio sentimentale per la Sicilia. Altri fotografi siciliani hanno iniziato a fotografare i siciliani, passando poi al reportage in giro per il mondo o alle foto di moda o a quelle “impegnate”. Leone ha continuato con pervicacia a fotografare la Sicilia e i Siciliani guardando all’una e agli altri come a una realtà in grado essa sola di fornire un senso di appaesamento da lui percepito come ubi consistam, come unico orizzonte plausibile per un abitante di questo angolo di mondo.

La bella mostra allestita da Emanuela Alfano e Federica Siciliano (fedeli assistenti del maestro Leone), che si è inaugurata venerdì scorso a Messina presso la sede dei Edizioni Magika (frutto dell’infaticabile attività dei titolari Katia Giannetto e Alessandro Mancuso, ideatori della mostra stessa) propone una campionatura significativa di spettacolari immagini realizzate da Leone lungo l’arco di oltre cinquant’anni, dai primi anni Sessanta ai giorni nostri. Si tratta di paesaggi, di persone, di eventi, tutti attraverso la peculiare poetica del fotografo ragusano trasfigurati e ricondotti a sparse tessere di quello straordinario mosaico che è la nostra Isola, “l’Isola del pensiero”, come ama definirla il nostro fotografo nello splendido volume da cui le immagini esposte in mostra sono tratte. Tanto nel volume quanto nell’esposizione ad ogni fotografia corrisponde un brano poetico o letterario pervenutoci da quanti, da Pindaro in poi (Goethe e i viaggiatori del Grand Tour, Verga e Pirandello, Sciascia e Bufalino, Consolo e Camilleri, Quasimodo e Vittorini, e molti altri), si siano accostati nel tempo al mistero di questo palinsesto territoriale e antropologico del quale non esistono al mondo uguali.

Giuseppe Leone ci propone dunque parole e cose, e le parole straordinariamente aderenti alle immagini delle cose, che lui descrive con occhio partecipe quale persona informata dei fatti, come si usa dire in ambito giudiziario.

E veramente, ad onta delle rappresentazioni disincantate, seppure non scevre da trattenuta commozione, di uomini e donne versanti in condizioni di estrema miseria psicologica e materiale, di mancato sviluppo economico e civile, queste immagini ci dischiudono un’intima bellezza, perché al di là della realtà fattuale che ogni fotografia documenta, la sensibilità del fotografo si rivela nell’inserire ogni soggetto in un contesto suo proprio senza per ciò che questo esaurisca la capacità dell’immagine di veicolare messaggi universali, sì che ad ogni lettura realistica delle fotografie se ne possa sempre accompagnare sovrapporre una di tipo metaforico e simbolico.

E tutto ciò Giuseppe Leone lo raggiunge con una felicissima vocazione compositiva, con uno straordinario bagaglio tecnico saggiamente cumulato negli anni, ma soprattutto con la lucida determinazione di eleggere la Sicilia a focus privilegiato per la comprensione del reale tout court. Con la consapevolezza che l’identità della Sicilia, se non la vogliamo rendere astratta e mistificante, ha da essere percepita e apprezzata quale essa è in realtà, un’identità composita, variegata, meticcia, affatto monolitica ma -al contrario – frutto maturo di storiche contaminazioni di lingue, culture, vicende umane.

Dicevo poc’anzi che a differenza di altri fotografi Peppino Leone non ha mai abbandonato (fotograficamente) la sua Isola. A lui pertanto mi viene di attribuire il detto del filosofo Plotino: “Anche restando qui, sei andato avanti”. Cos’altro dire di questo fotografo, di questo artista ibleo che fa onore alla Sicilia intera? Forse quello che Ernesto de Martino (un antropologo che amo particolarmente) scriveva mezzo secolo fa a proposito delle patrie culturali:

Alla base della vita culturale del nostro tempo sta l’esigenza di ricordare una «patria» e di mediare, attraverso la concretezza di questa esperienza, il proprio rapporto col «mondo». Coloro che non hanno radici, che sono cosmopoliti, si avviano alla morte della passione e dell’umano: per non essere provinciali occorre possedere un villaggio vivente nella memoria, a cui l’immagine e il cuore tornano sempre di nuovo, e che l’opera di scienza o di poesia riplasma in voce universale.

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