Location

Spazioquattro (ME)

Data

20-31 maggio 2024

Orario

lun – sab: 17 – 20
dom: 10.30 – 12

The corner

The Corner
20 – 31 maggio 2024
Vernissage domenica 19 maggio ore 18.30

Spazioquattro
Via Ghibellina 120, Messina
Orario: dal 20 al 31 (ore 17 – 20)
domenica 26 (ore 10.30 – 12.00)
Ingresso libero

Ho sempre lavorato senza dimenticare quella dimensione geografica da cui provengo e in cui si intrecciano connessioni antropologiche e ideologiche, esigenze sociali, economiche, politiche. In questa prospettiva la fotografia rappresenta per me il Dropbox di un’archeologia visiva della memoria in cui conservare le tracce della fisicità.
Chi ha avuto modo di conoscermi sa che il mio lavoro descrive l’educazione sentimentale della mia storia personale, a partire dal rapporto professionale con la professoressa Teresa Pugliatti avviato con Pittura del Cinquecento in Sicilia (Electa Napoli 1992). Ho girato tanto l’Isola e soprattutto la provincia di Messina con la studiosa. Questa volta lei non c’è o meglio fisicamente lei non c’è, però porto con me i sui insegnamenti e l’onestà intellettuale attinta. L’influenza del suo prestigioso talento mi ha insegnato a vedere e a pensare con la mia propria testa, a concepire le gratificazioni oltre la mia propria vanità.

In questo progetto, sebbene alcune inquadrature riconducano alle fotografie teatrali di Irving Penn (1917-2009), alla cui serie Corner portraits mi sono ispirato, e altre ricordino le figure più ingessate di In the american West di Richard Avedon (1923-2004), i modi in cui ho voluto concluderle sono del tutto autografi: elementi di composizione editoriale – come pure una specie di organizzazione strutturale da spartito musicale – classificano gli oggetti/fotografie secondo una scannerizzazione antilogaritmica di simboli (tangenti o sovrapposti) e dove un maggior sforzo (una vera e propria forzatura direi) viene fatto per quei ritratti che non sono fisicamente legati a questo pentagramma, generando un mezzosangue il cui vocabolario è quello della grafica ma le cui fondamenta sono nella fotografia.
La serie Corner portraits di Penn ebbe inizio nel 1947 per la rivista «Vogue». L’idea era di mostrare la vivace comunità culturale di New York, arricchitasi dopo la Seconda guerra mondiale di emigrati giunti dall’Europa e dal resto del mondo. Il set era ridotto, in netta rottura con la ritrattistica stilizzata del periodo tra le due guerre, e consisteva di un solo V-flat (un pannello pieghevole usato nella fotografia in studio) sistemato ad angolo acuto, con arredi minimi e luce diretta che imitava quella del sole. Questo ambiente claustrofobico e spietato era insieme, uno spazio esistenziale ed essenziale che sembrava uscito da un dramma brechtiano, ordinato e persino accogliente, era il luogo in cui un soggetto poteva esprimere il suo vero carattere.

Se un profano (siamo tutti allievi di YouTube) può stupirsi nel vedere l’assoluta mancanza di meticolosità con cui ho costruito questi ritratti è perchè, io credo, non pensa al desiderio del fotografo di voler lasciare ampi margini all’elemento “casualità”: «desideravo tanto fissare tutta la bellezza che incontravo» (Julia Margaret Cameron) e, soprattutto, scrollarmi dalla costante necessità di reinventarmi di volta in volta.
La forza visuale dei volti di amici e di sconosciuti, volti bellissimi, intensi, così vicini da sentirne il battito del cuore, mostrano l’area dello Stretto di Messina, alcuni suoi artisti, artigiani, cultori del bello, osservati e amati, non senza la preoccupazione personale riguardo all’eredità che lascerò, ma soprattutto il modo in cui i miei interessi estetici e culturali hanno influenzato il risultato e in quale forma sarò anch’io oggetto di giudizio sulla base delle aspettative altrui.

Stampate in bianconero, le fotografie esposte hanno un anomalo editing stilistico, una sequenza di inquadrature la cui struttura a volte si rifà a Eolo Perfido – che esplora instancabilmente la fisicità dei suoi attori –, altre volte disattende la forza di gravità, come per alcune icone di Jacques Henri Lartigue, altre sbotta nello spirito più kitsch di Martin Parr, spaziando da immagini più satiriche, come le fotografie spietatamente ironiche (e iconiche), fino alla serie delle ricomposizioni, una delle avventure più pindariche della mia carriera.
Dentro si trova lo spirito romantico-romanzesco di chi scrive e del ruolo svolto negli anni tra gli straordinari amici artisti. I riferimenti, le mostre, i libri che hanno seriamente influenzato, forse più correttamente saziato, questo lavoro? Sono opere classiche, di Richard Avedon e Arnold A. Newman oltre all’ultima pubblicazione di Giovanni Gastel (The People I like).
Ritengo questo lavoro un’idea di Paese, un quaderno d’artista all’interno del quale dialogano, in un gioco sottile, quasi duecento contatti ‘in presenza’, dove i ritratti non sono rappresentazioni della fisionomia umana ma (spero) lascino trasparire l’indagine svolta, ovvero il tentativo di cogliere le complessità che traspaiono dalla mimica del volto e dalla teatralità del corpo.

Sento di non avere il diritto di dire “è così” e, d’altro canto, non posso farne a meno. Per me è il solo modo di respirare e di vivere. Potrei dire che tali presupposti sono la natura stessa dell’arte ma prima d’ora non c’è mai stata un’arte come la fotografia. Non si può realizzare una foto di una persona senza la presenza di quella persona, e proprio quella presenza implica la verità. Un ritratto non è una somiglianza. Il momento in cui un’emozione o un fatto è trasformato in una fotografia non è più un fatto ma un’interpretazione. Non c’è mai infedeltà in una fotografia. Tutte sono fedeli, nessuna è l’esatta verità.

Il testo citato è tratto dal catalogo della mostra Evidence 1944-1994. Richard Avedon, esposizione contenente un gruppo di immagini monumentali che dovette scuotermi non poco se ancora oggi – guardando e rileggendo il catalogo edito da Leonardo Editore – mi ritrovo alla ricerca di corrispondenze tra quelle icone universali e i ritratti che ho realizzato: in comune quelle fotografie e le mie hanno la rappresentazione della persona – con quelle caratteristiche intense che ci aspettiamo da un buon ritratto – e l’indicazione, attraverso l’atteggiamento, di una personalità/verità.

Nei locali della galleria Spazioquattro di Messina (7-9, 13 giugno e 3-6 dicembre 2022) e negli spazi di Cantieri Zeta di Milazzo (24-27 febbraio 2023) sono entro in sintonia con i miei interlocutori, li ho “spinti” a disegnarsi in autoritratti involontari, vividi, spero efficaci, cercando l’innocenza, il sarcasmo, l’inquietudine.

Alessandro Mancuso

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